cioccolatamara - il sapore di me
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lunedì, febbraio 28, 2005
Cammino con fatica lungo la salita asfaltata. Le gambe sono pesanti e sento la mancanza di allenamento. Il vento soffia rumoroso tra gli alberi spogli che delimitano il parco. Ogni tanto alzo lo sguardo verso il bosco. Lì sarà più facile salire lungo il pendio della montagna. Anche i miei pensieri, una volta raggiunto il fitto degli alberi iniziano a rilassarsi e a srotolarsi in un susseguirsi di ricordi, evocazioni, conclusioni e propositi. Mi ripropongono stralci di frasi, allusioni, risa e sospiri. Di fronte ai miei occhi emerge costante quel sorriso che mi paralizza la ragione. L’aria è gelida e sento la pelle del mio viso irrigidirsi, in contrasto con quanto si svolge nella mia mente, dove il movimento delle parole silenziose e inespresse crea un calore eccitante, che agita anche i miei passi. Raggiungo la piccola chiesa in brevissimo tempo, ancora frastornata dai miei mille pensieri confusi. Nella quiete del luogo tutto si calma. Il mio sguardo scivola verso la valle sottostante fino alla città immobile, abbracciata al suo lago. L’aria è nitida ma nel cielo si addensano le nuvole cariche di neve. Nell’attesa tutto tace. Il vento soffia ancora forte e lentamente iniziano a cadere i primi piccoli fiocchi. Penso alle primule e agli anemoni che ho incontrato salendo, anche un croco violetto ho visto, e gli ellebori, gialli e rosa. Ma accolgo con piacere la neve purificatrice. Sento che assorbirà le scorie del cielo, dell’aria, della mia mente e del mio cuore. Cammino lungo lo stretto sentiero ancora ghiacciato ed ecco riaffiorare i miei pensieri, più calmi ora, tranquilli. Conferme, rassicurazioni, certezze. Scendo verso casa, ho ben presente il cammino, il percorso inverso, ho capito. Nessuna decisione, osservo fiduciosa, passo dopo passo, procedere mi farà avanzare, comunque. Libera da attese e aspettative mi sento più leggera e sorrido. La neve ora cade fitta in grandi fiocchi gioiosi.
sabato, febbraio 26, 2005
noia delusione preoccupazione paura ansia allegria vuoto speranza amore stanchezza fiducia stupore attesa disorientamento amicizia tenerezza simpatia dubbi incomprensione risa affetto domande incertezze pigrizia svogliatezza desiderio mani sorrisi ballo massaggio donne viaggio casa futuro bacio mancanza nostalgia sogni io
lunedì, febbraio 21, 2005
Tra le cose più belle di quell'appartamento c'erano i pavimenti. Le piastrelle riproducevano il disegno di bellissimi tappeti, e ricordo che vi scoprivo continuamente forme e motivi nuovi. Nella mia fantasia riuscivo a comporre le singole parti di quei complicati arabeschi ogni volta in modo diverso ed era come scuotere il cilindro di un caleidoscopio. Ogni stanza aveva il suo tappeto di piastrelle, tranne la cucina.
Lì erano semplici rombi bianchi e neri. Anche in cucina c'era la possibilità di fare un gioco per il quale però avevo bisogno della collaborazione dei miei nonni. Infatti dovevano prestarmi i loro occhiali da lettura. Io li indossavo e, come per incanto, sul pavimento apparivano dei "cedimenti" che tuttavia scomparivano quando ci appoggiavo i piedi. Insomma i miei occhi vedevano delle buche attraverso le lenti, ma al contatto con i miei piedi il pavimento era perfettamente pari come sempre. Ricordo bene il disorientamento dei primi tempi, appena scoperto questo gioco. E ricordo anche che avevo impiegato un po' a capire che si trattava di un'illusione ottica dovuta alle lenti corrette, ma questo non diminuiva il piacere e il divertimento. Il gioco diventava ancora più affascinante quando partecipava uno dei miei cugini, prendendo in prestito un altro delle diverse paia di occhiali sparse per casa. Giravamo strillando per la cucina, facendo finta di non riuscire a mantenerci in equilibrio su quello strano pavimento. Ricordo questo gioco con nostalgia ed emozione ogni volta che vedo un pavimento a scacchiera.
Se un giorno riuscirò ad avere di nuovo una casa tutta mia, farò piastrellare così la mia cucina e poi terrò sempre pronti degli occhiali da dare ai miei nipotini quando verranno a trovarmi, nella speranza che preferiscano i miei ricordi e i miei racconti alla play-station!
sabato, febbraio 19, 2005

Su IO donna di oggi si riparla finalmente di Ingrid Betancourt, da 1100 giorni prigioniera delle Farc (forze armate rivoluzionarie della Colombia). Ha due figli che crescono senza di lei, che non possono parlarle, che temono per la sua vita. È peggio che se fosse morta, perché la sofferenza non ha fine perché si rinnova ogni giorno, come si rinnova la speranza di rivederla. Non c'è un lutto da poter vivere ed elaborare. È forse questo l'aspetto di questa vicenda che più mi fa soffrire.
Suo padre è morto quando lei era già in mano dei suoi rapitori. Insieme a lei è stata rapita anche la sua collaboratrice Clara Rojas.
Di questa vicenda leggo ogni tanto sui giornali italiani, più spesso su riviste tedesche, purtroppo non ho mai letto niente sui giornali ticinesi. In generale penso che di questo rapimento si parli ancora troppo poco. Come sempre quando i fatti avvengono catalizzano tutta l'attenzione, ma già dopo pochi giorni o settimane ci dimentichiamo e arrivano altre notizie a farci inorridire. Intanto il tempo passa e questa donna coraggiosa resta prigioniera, non ci sono organizzazioni o capi di stato importanti che si muovono per chiedere la sua liberazione. Parlare di lei non fa "audience". È solo una donna che cercava di combattere il narcotraffico e tutto il sistema corrotto del suo paese e forse dava fastidio a molti. Anche al di fuori delle Colombia. Non solo alle Farc.
Penso ad Ingrid Betancourt, ma anche alla sua collaboratrice, a Giuliana Sgrena, a tutte le donne e a tutti gli uomini che soffrono per aver avuto il coraggio di impegnare e rischiare la propria vita per rendere migliore la vita degli altri.
lunedì, febbraio 14, 2005
Lasciate che i venti del cielo danzino tra voi [...]
poiché [...] la quercia e il cipresso non crescono l'uno all'ombra dell'altro.
Forse è doverosa una precisazione per quanto concerne il post precedente. Ho fatto l'esempio di questa mia amica che ha un compagno che esce molto spesso, ma era un esempio per parlare di come le donne ancora oggi subiscano le scelte dei loro compagni e siano poco protagoniste della loro vita. In questo caso si parlava di uscire, ma si potrebbero fare molti altri esempi.
Non volevo nemmeno mettere in discussione il giusto diritto di ognuno dei partner ad avere spazi propri e interessi individuali. Come dice Gibran: riempitevi reciprocamente la coppa, ma non bevete da una singola coppa.
Volevo piuttosto esporre il mio stupore per come ancora troppo spesso siano solo le donne a fare un passo verso il partner, a cercare il compromesso, ad assecondare, a rinunciare per riuscire a mantenere in equilibrio il legame o addirittura l'intera famiglia. E di quanta tristezza mi susciti il fatto che molte pensino di non poter chiedere di più o, addirittura, di non averne il diritto.
Condivido infatti quanto espresso nell'ultimo commento (utente anonimo). Le donne osano ancora troppo poco per paura di perdere il loro compagno. Ci sono donne che accettano lunghe storie di tradimento da parte del partner nel terrore che questo scelga l'altra se osano protestare. Ma dice bene la commentatrice: che ce ne facciamo di uomini che spariscono al primo no? Dovremmo finalmente renderci conto di meritare di più. Molto di più.
giovedì, febbraio 10, 2005
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Ho un'amica che si è da poco innamorata e, parlando l'altra sera, mi diceva di essere felice e di aver finalmente trovato l'uomo giusto. Riporto qui di seguito uno stralcio della nostra conversazione:
mercoledì, febbraio 09, 2005
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non so voi, ma io comincio già a percepire i primi accenni della primavera
venerdì, febbraio 04, 2005
mercoledì, febbraio 02, 2005
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